La futura suocera venne a conoscermi — e provò subito ad approfittarsi di me, chiedendomi un “piccolo favore”…

— **Sei solo una sanguisuga, Lena!** — Oleg scagliò il cucchiaio nel lavandino con tale forza che il borsch schizzò sulle piastrelle appena lavate. — **Mi spacco la schiena come un bue, e tu stai a casa con tre bambini, ti rimbecillisci. Parassita!**

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Lena rimase immobile. In una mano aveva uno straccio bagnato, nell’altra la piccola Masha di sei mesi. I più grandi, due bimbi a distanza di un anno, si zittirono nella cameretta, spaventati dalle urla del padre.

— **Parassita?** — ripeté lei a bassa voce, sentendo dentro montare una rabbia fredda. — **Io? Con tre bimbi piccoli, senza tate e senza nonne?**

— **E chi sennò?** — Oleg, tutto gasato, si piantò con le mani sui fianchi. — **Questo appartamento è pure tuo, grazie al defunto suocero, ma chi vi mantiene sono io! Sono stanco, Lena. Mi serve spazio, non questo asilo nido ventiquattr’ore su ventiquattro.**

Si aspettava le lacrime. Si aspettava che la moglie, distrutta dalle notti insonni, iniziasse a giustificarsi, a darsi da fare, a metter su il tè. Invece Lena posò lo straccio in silenzio. Il suo sguardo diventò pesante come una padella di ghisa.

— **Spazio, dici?** — spalancò la porta d’ingresso. — **Allora vai. Subito. Le tue cose te le butto dalla finestra dopo.**

Oleg ghignò, non ci credette. Sbagliava. Un’ora dopo era sul pianerottolo con una valigia, ad ascoltare i clic delle serrature. Per sempre.

Passarono tre anni. Lena rifiorì. I bambini crebbero, andarono all’asilo e a scuola, lei tornò a lavorare e fece carriera nella logistica. E a quel punto, all’orizzonte, comparve Vitya.

Vitya era un allenatore di kettlebell. Spalle larghe come un armadio, sorriso da cinema, discorsi su alimentazione sana ed “energia del qi”. Corteggiava bene, prendeva in braccio i bambini (letteralmente, due alla volta), riparava rubinetti. Insomma: sembrava il paradiso.

Vissero un anno in perfetta armonia. Poi, una sera a cena, mentre punzecchiava con la forchetta una cotoletta al vapore, Vitya buttò lì, come niente fosse:

— **Lenù, senti… per lavoro devo alzare la categoria, presentare dei documenti… insomma, mi fai la residenza da te? Temporanea, ovvio. È che io sono della provincia, mi è scomodo fare avanti e indietro.**

Lena posò il coltello. Nella testa scattò un interruttore invisibile. Sapeva che Vitya aveva un suo bilocale: lo affittava per pagare il mutuo della macchina di lusso.

— Vitya, — iniziò con dolcezza — **ma perché ti serve la residenza da me, se hai già un appartamento tuo a quaranta minuti di distanza?**

— **E tu che inizi?** — lui mise il broncio. — **Ti costa qualcosa? Siamo quasi una famiglia. Il timbro sul passaporto è fiducia. E tu, quindi, non ti fidi di me?**

Lena ricordò Oleg. Ricordò quanto fosse difficile cacciare “ex membri della famiglia” se decidono di mettersi di traverso.

— Mi fido, Vitya. **Ma nel mio appartamento registro solo i miei figli. È una regola.**

Vitya si offese, una settimana girò cupo come una nuvola nera, poi fece una scenata rompendo piatti sul tema delle “donne mercenarie”. Lena gli indicò la porta con calma, senza più tormentarsi. L’esperienza è figlia degli errori.

Passarono cinque anni. Lena compì quarant’anni. Non cercava più l’amore, ma l’amore la trovò lo stesso. Andrey.

Un uomo colto, voce morbida, caporeparto in banca. Non pretendeva, non urlava: stava semplicemente accanto a lei. Riempiva i bambini di regali — costruzioni, tablet. Portava Lena nei weekend in hotel fuori città. Sembrava, finalmente, una felicità adulta, vera.

— **Sposiamoci,** — disse dopo sei mesi. — **E ti presento i miei genitori. Sono persone all’antica, semplici, ma di cuore.**

Decisero di fare la cena di conoscenza a casa di Lena. Lei apparecchiò: anatra al forno, insalate, tirò fuori il servizio buono. L’appartamento brillava di pulizia e calore.

I genitori di Andrey, Galina Petrovna e Nikolai Ivanovich, arrivarono compiti. La madre in lurex e cotonatura, il padre silenzioso, succube. Scrutarono la casa con occhi rapaci. Galina Petrovna passò perfino un dito sul davanzale: non trovò polvere e strinse le labbra, delusa.

La serata iniziò bene. Andrey versava il vino, i bambini salutarono educatamente e scapparono in camera loro. I brindisi erano mielosi: “Ai giovani”, “Alla casa accogliente”.

E poi, quando arrivò il tè con la torta, Galina Petrovna posò la tazza, si tamponò le labbra con il tovagliolo e, fissando Lena dritta tra gli occhi, disse:

— **Si sta bene da te, Lenочка. Spazioso. Quattro stanze, centro città. Brava. Io e tuo padre ne abbiamo parlato e abbiamo deciso… visto che tu e Andryusha vi sposate, bisogna sistemare una faccenda.**

Lena si irrigidì. Andrey improvvisamente iniziò a studiare con grande attenzione il disegno della tovaglia.

— **Che faccenda?** — chiese Lena con cortesia.

— **Abbiamo uno zio, un parente alla lontana, zio Kolya,** — iniziò da lontano la suocera. — **Ora vive in campagna e lì la medicina… lo sai com’è, lascia perdere. Gli servirebbe la pensione “di città” e l’iscrizione a una buona policlinica. Vogliamo che tu lo registri qui da te.**

Nella stanza calò un silenzio che fischiava. Si sentiva l’orologio nel corridoio ticchettare.

— **Scusi?** — Lena pensò di aver capito male. — **Registrare lo zio? Un estraneo?**

— **Ma quale estraneo?** — si stupì Galina Petrovna, come se stesse chiedendo di passare il sale. — **Tu e Andryusha sarete una famiglia. Quindi lo zio Kolya è parentela anche per te. Non deve mica vivere qui, è solo la residenza.**

— **E Andrey ha una casa sua?** — chiese Lena, guardando il fidanzato.

— **Ce l’ha, un monolocale,** — rispose la madre in fretta. — **Ma perché lì? È piccolo, e poi magari lo vendiamo per finire la dacia. E tu hai metri, ci stai larga. E comunque, Lenочка,** — la voce della suocera si fece d’acciaio — **in una famiglia bisogna entrare con l’anima aperta. Sennò vivi troppo comoda. Per non far sembrare la vita una favola, bisogna aiutare anche gli altri.**

Lena guardò Andrey.

— **Anche tu la pensi così?**

Andrey alzò gli occhi, pieni di sofferenza e di resa davanti alla madre:

— Lena… ma è solo una formalità. **Mamma lo chiede.**

In quell’istante Lena non provò dolore, ma un sollievo incredibile. Come se un ascesso, maturato per sei mesi, si fosse finalmente aperto.

— **Formalità, dite?** — Lena si alzò. — **Per non far sembrare la vita una favola?**

Andò al mobile, tirò fuori una cartellina di documenti, la rigirò tra le mani e la rimise a posto.

— Sapete, Galina Petrovna, **io per lo zio Kolya ho un’ottima proposta. Che si registri in campagna: l’aria è fresca. E voi, cari ospiti…** — sorrise col sorriso più incantevole, quello che fece gelare il sangue ad Andrey — **…fuori di qui.**

— **Cosa?!** — Galina Petrovna si strozzò quasi con l’aria. — Ma tu… ma noi siamo venuti con tutta l’anima! Maleducata!

— **Fuori,** — ripeté Lena piano, ma con una voce che fece tremare i vetri. — **E portatevi via il vostro zio e vostro figlio senza spina dorsale. Qui non è un ufficio anagrafe e non è un ricovero per parenti di settima acqua. Qui è casa. Mia e dei miei figli.**

Andrey cercò di balbettare qualcosa su un “compromesso”, ma Lena stava già aprendo la porta.

Due anni dopo Lena sedeva in un caffè con la sua vecchia amica Tamara, che lavorava come notaio.

— **Hai sentito del tuo “mancato”?** — sogghignò Tamara, mescolando il latte macchiato.

— Di Andrey? No. Da quando l’ho cacciato non si è più fatto vivo.

— Oh, lì c’è stata una soap opera! — gli occhi di Tamara si accesero. — Sua mamma ha trovato comunque una sciocca, una donna qualunque, ha fatto innamorare il figlio e l’ha convinta a registrare quello zio Kolya.

— E poi?

— E poi! Lo zio Kolya non era affatto un povero santo: era un ex galeotto con carattere. Appena ha avuto il timbro, è andato a vivere dalla donna. Ha detto: “Ho diritto per legge”. E ora lì è l’inferno: fuma “Prima” in cucina, porta amici, ascolta chanson fino all’alba. Non riescono a mandarlo via: si è fatto riconoscere l’invalidità, il tribunale lo tutela. Quella donna ha mollato Andrey, vende l’appartamento con lo sconto “insieme allo zio”, e Galina Petrovna gira per gli ospedali con la pressione alta, perché il figlio si è trasferito da lei nel suo bilocale e ulula dalla disperazione.

Lena guardò fuori dalla finestra. C’era il sole. I suoi figli — ormai quasi grandi — tornavano da scuola ridendo.

— Sai, Tam, — sorrise — **eppure la suocera aveva ragione.**

— Su cosa?

— **Perché la vita non sembri una favola, a volte basta solo chiudere la porta in tempo davanti agli estranei.**

Lena finì il caffè. Dolce, buono. E la sua vita era esattamente così: fiabesca, tranquilla e senza zii estranei. La giustizia non è quando punisci tu. È quando semplicemente non impedisci alle persone di rovinarsi la vita da sole.

**Grazie per aver letto questa storia fino alla fine!** Ho cercato di trasmettere emozioni vere e quel “sale” delle situazioni di vita in cui tante donne si riconoscono. Se la storia ti ha toccato, ti ha fatto riflettere o sorridere per il trionfo della giustizia — metti un like e iscriviti al canale. È la migliore ricompensa per l’autore e uno stimolo a scrivere nuove storie di vita per voi.

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