L’autobus era gremito. La maggior parte dei passeggeri erano anziani: alcuni stringevano le classiche borse a rete, altri parlavano di rincari e del tempo.
Su uno dei posti lato corridoio sedeva un ragazzo di circa diciotto anni. Aveva tatuaggi sul braccio e sul collo, una barba appena accennata, una maglietta scura e l’aria stanca, come se non dormisse da giorni.
Non rivolgeva la parola a nessuno: fissava semplicemente un punto davanti a sé.
Alla fermata successiva salì una madre con due bambini piccoli. Uno le teneva la mano, l’altro le si stringeva al fianco.
Non c’era neppure un posto libero. La donna si guardò intorno e, quasi subito, piantò lo sguardo sul ragazzo. Gli si avvicinò e disse a voce alta, senza nascondere l’irritazione:
«Ehi, ragazzo, alzati e lascia il posto. Ho due bambini.»
Poco a poco sull’autobus calò il silenzio. Diverse persone si voltarono nella loro direzione. Il giovane alzò gli occhi, la guardò con calma… ma rimase seduto.
Alzò lo sguardo, ma non si alzò.
«Non lo vedi? Ho due bimbi piccoli!» insistette lei, alzando ancora di più la voce. «Oppure non te ne importa niente?»
I passeggeri cominciarono a girarsi, uno dopo l’altro.
«I giovani di oggi non hanno proprio rispetto,» aggiunse, questa volta per farsi sentire da tutti. «Se ne stanno lì seduti, ciondolando, mentre una madre con due bambini dovrebbe stare in piedi.»
Il ragazzo rispose, sempre tranquillo:
«Io non ho offeso nessuno.»
«Allora spostati,» lo interruppe lei. «È buona educazione. Un vero uomo non resta seduto quando vicino c’è una madre con dei bambini.»
Un passeggero annuì. La donna continuò:
«Ti costa tanto alzarti? Sei giovane e sano. O magari i tatuaggi ti bloccano?»
Poi lo incalzò ancora:
«Sei davvero convinto di meritarti quel posto solo perché io ho dei figli?»
«Certo!» scattò lei. «Sono una madre. E tu… sei persino degno?»
La tensione riempì l’abitacolo. Il ragazzo si alzò lentamente, aggrappandosi al corrimano.
«Visto? Quando vuoi, puoi farlo,» disse la madre con un tono chiaramente trionfante. «Potevi farla semplice fin da subito.»
Ma proprio in quel momento il ragazzo fece qualcosa che gelò tutti. 😨😢
A quelle parole, sollevò la gamba del pantalone. Sotto, c’era una protesi. Il metallo brillò nella luce. Qualcuno trattenne il fiato; un uomo abbassò lo sguardo, e un’anziana si portò una mano alla bocca.
La madre impallidì all’istante. In un secondo la sua sicurezza si sbriciolò. Provò a dire qualcosa, ma non le uscì nulla. I bambini si strinsero a lei ancora di più.
Il ragazzo riabbassò con calma la stoffa e si sedette di nuovo. Non aggiunse una parola, non cercò sguardi, non tentò di mettere nessuno in imbarazzo. Sul suo volto non c’era rabbia, solo stanchezza.
Sull’autobus calò un silenzio imbarazzato. Qualcuno mormorò che non si può giudicare una persona dai tatuaggi e dall’età. Altri annuirono.
La madre non chiese più il posto. Rimase in piedi, in silenzio, a fissare il finestrino.
L’autobus era strapieno. La maggior parte dei passeggeri erano anziani: alcuni stringevano le classiche borse di rete, altri chiacchieravano di prezzi e di tempo.
Advertisements
Advertisements