Mio marito mi ha cacciata in un vecchio villaggio con tre figli e, una settimana dopo, ho trovato dell’oro sul mio terreno.

Dopo il ritrovamento erano passate due settimane. Ricordo ancora le mani che mi tremavano quando portai quella pietra al capoluogo. Ricordo lo sguardo diffidente del perito, che all’inizio mi prese per una pazza e poi, all’improvviso, diventò insolitamente servizievole.

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— Mamma, adesso siamo ricchi? — Liza dondolava le gambe seduta sul divano nuovo.
— No, tesoro… adesso siamo… tranquilli, — sorrisi, guardando la casa trasformata.

In due settimane era cambiato tutto. Il tetto nuovo non perdeva più, le finestre in plastica non lasciavano entrare spifferi e nell’angolo della cucina brontolava un frigorifero. Avevo perfino comprato una lavatrice: niente più bucati a mano nell’acqua gelida. L’oro lo avevano registrato, pagai una parte di tasse e il resto rimase a me.

— Svetlana Andreevna, è vero che avete trovato un tesoro? — la vicina, la nonna Valja, cercava di sbirciare dalla finestra.
— Ma quale tesoro? Mio marito ha mandato dei soldi, — imparai a mentire senza arrossire.

Ma in un villaggio le voci corrono più veloci del vento. Soprattutto quando una famiglia che fino a ieri era povera, all’improvviso comincia a fare lavori in casa.

— Mamma, glielo diciamo a papà? — me lo chiese Pashka una sera, quando i piccoli dormivano già.
— E perché? — mi sedetti accanto a lui. — Ci ha lasciati, te lo ricordi?
— Me lo ricordo… — sospirò. — Però ieri ha chiamato. Chiedeva come stiamo.

Mi irrigidii. Ljosha aveva davvero iniziato a telefonare ai bambini quasi ogni giorno. Soprattutto dopo che sua sorella, che viveva nel villaggio vicino, gli aveva raccontato delle nostre “strane” spese.

— Svetùl’, sei in casa? — una voce familiare arrivò dal cortile una settimana dopo.

Mi bloccai alla finestra. Ljosha era al cancelletto, spostando il peso da un piede all’altro. Più vecchio, stropicciato, come se la vita lo avesse schiacciato.

— Entra, visto che sei venuto, — aprii la porta.

Entrò esitante, guardandosi intorno.

— Accidenti… hai rifatto tutto?
— E cosa credevi? Che saremmo rimasti a vivere in un rudere?
— Sveta… — esitò. — Ci ho pensato… magari potremmo riprovarci. In fondo siamo una famiglia…
— Famiglia? — scoppi ai ridere. — Un mese fa non eravamo una famiglia? Quando ci hai cacciati?
— Io non vi ho cacciati! Ho solo… proposto di vivere separati…
— Nella casa vecchia? Senza soldi? Con tre figli?

In quel momento Anja irruppe nella stanza:

— Papà! — gli si buttò addosso.

Ljosha la sollevò e se la strinse al petto. A me si strinse il cuore.

— Papà, guarda! Abbiamo una TV nuova! E un computer! E perfino la lavastoviglie!
— Ah sì? — Ljosha socchiuse gli occhi. — E da dove arriva tutta questa roba, Sveta?
— Ho lavorato, — alzai le spalle.
— In un mese? — fece un sorrisetto. — Smettila, non sono scemo. La gente parla…
— Che cosa dice?
— Dice che hai trovato qualcosa. Qualcosa di prezioso.

Sentii la schiena gelarsi. Ecco cos’era…

— E per questo sei tornato? — chiesi piano. — Per i soldi?
— No! Cioè… non solo… — posò Anja a terra. — Sveta, mi mancavi. Davvero.

Nel corridoio si sentirono dei passi: erano tornati da scuola Pashka e Liza.

— Papà? — Liza si fermò sulla soglia. — Sei tornato per restare?
— No, — risposi io prima che Ljosha aprisse bocca. — Papà è passato a salutarci. Vero, Ljosha?

Mi guardò a lungo. Nei suoi occhi vidi passare qualcosa… avidità? delusione?

— Vero, — riuscì a dire alla fine. — Sono solo passato.

Quella sera, dopo aver messo a letto i bambini, rimasi seduta a lungo sul portico. In lontananza abbaiavano i cani; l’aria sapeva di erba appena tagliata e di lillà in fiore.

— Sai, mamma, — sussurrai al buio, — avevi ragione. La propria terra è la cosa più importante. Solo che non mi avevi detto che poteva avere… delle sorprese.

Il telefono vibrò in tasca. Ljosha.

“Sveta, parliamo sul serio. Sono cambiato.”

Cancellai il messaggio senza rispondere. In fondo, ora avevo la mia vena d’oro. E non c’entrava solo quel pepita.

— Mamma, posso prendere una capra? — Anja mi tirava la manica mentre stendevo il bucato.
— Ci mancava pure la capra per essere felici, — sbuffò Liza senza staccare gli occhi dal portatile.

Erano passati tre mesi da quando Ljosha era venuto a “fare pace”. Chiamò ancora un paio di volte, ma io non risposi. I bambini però parlavano con lui nei weekend: non potevo e non volevo impedirglielo.

La vita pian piano si rimetteva in riga. Trovai un lavoro da remoto: scoprii che la mia laurea in economia era utile anche in un villaggio. Pashka e Liza frequentavano la scuola locale e Anja… be’, Anja si godeva semplicemente la vita di campagna.

— Sveta, sei stata bravissima! — Tanya venne a trovarmi e ora ammirava l’orto con entusiasmo. — Che pomodori! E i cetrioli! Proprio come quelli di tua mamma!
— Ma va’, — sorrisi imbarazzata. — È solo che la terra è buona.
— Sì, soprattutto quella dove hai trovato l’oro, — mi fece l’occhiolino.

Io feci un gesto con la mano. Dopo quel ritrovamento setacciai ancora la terra più volte, ma non trovai più nulla. E non serviva: quei soldi bastavano per il tetto, gli elettrodomestici e un piccolo fondo per i giorni neri.

— Mamma! — Pashka entrò di corsa in cortile. — È arrivato papà! Con una donna!

Mi fermai. Poi mi asciugai lentamente le mani sul grembiule.

— E allora? Non siamo contrari agli ospiti, no?

Ljosha era al cancelletto con una bionda giovane tinta. Lei si tormentava nervosa il cinturino di una borsa costosa.

— Ciao, Sveta, — provò a sorridere. — Ti presento Marina…
— Piacere, — annuii. — Entrate. Volete un tè?

— Sveta… — esitò. — In realtà sono qui per una cosa. Dovremmo parlare…
— Di cosa? — mi sedetti sulla panca davanti a casa. — Di come ci hai lasciati? O di come volevi tornare quando hai sentito odore di soldi?

Marina spostava il peso da un piede all’altro, chiaramente a disagio.

— Ljosha, forse ti aspetto in macchina? — sussurrò.
— No, resti, — sorrisi di sbieco. — Siete una famiglia adesso, giusto?

Ljosha arrossì.

— Sveta, non ricominciare… Sono venuto a dirti… insomma, io e Marina ci sposiamo. E voglio metà della casa. Per legge ne ho diritto.

Scoppiai a ridere. Forte, di cuore.

— Metà di quale casa, Ljosha? Di questa, che ho ereditato da mia madre? O di quella in città che ti sei giocato due anni fa?

Lui impallidì. Marina lo guardò sconvolta.

— Te la sei giocata? — squittì.
— Non te l’ha raccontato? — mi alzai. — Che gioca? Che butta via metà stipendio? Che per i suoi debiti siamo finiti qui?

Quella sera eravamo seduti sul portico. Anja raccontava entusiasta dei capretti visti dai vicini, Liza sfogliava una rivista e Pashka guardava il cielo, pensieroso.

— Mamma, è vero che non gli darai la casa? — chiese all’improvviso.
— No, tesoro. Perché questa casa non è di papà. È nostra. Qui viveva la nonna, qui viviamo noi adesso.
— E abbiamo trovato l’oro! — aggiunse Liza.
— E prenderemo una capra! — gridò Anja felice.
— Quale capra? — le pizzicai il naso ridendo.

Ridevamo, e io pensavo a quanto è strana la vita: a volte devi perdere tutto per trovare il vero tesoro. E non è l’oro.

E una settimana dopo, Anja riuscì davvero a convincermi a comprare una capra.

— E allora, non avete trovato altro oro? — chiedevano i vicini curiosi.
— No, — scuotevo la testa. — Però ho trovato qualcosa di più importante: me stessa.

Dicono che la felicità non stia nei soldi. È vero. La felicità è trovare il proprio posto nella vita. La propria casa, la propria terra, la propria forza. E l’oro… l’oro mi ha solo aiutata a capirlo.

In fondo, i veri tesori non sempre brillano. A volte ti aiutano soltanto a diventare più forte. E quello vale più di qualsiasi oro.

Un anno dopo lui chiamò.

— Con chi mi hai sostituito, Sveta? — la sua voce al telefono era ironica. — Dicono che ti abbiano vista con il poliziotto!
— E anche se fosse, — sorrisi guardando fuori dalla finestra il furgone della polizia che entrava nel cortile. — A te che importa?

Era passato un anno da quando avevo trovato l’oro nell’orto della vecchia casa di mamma. Un anno da quando mio marito mi aveva spedita in campagna con tre figli e poi aveva provato a tornare fiutando soldi. Da allora era passata tanta acqua sotto i ponti.

Pashka era cresciuto di mezzo metro, Liza aveva iniziato ad amare l’orto e Anja aveva finalmente la sua capra: una bellezza bianchissima di nome Mashka, che ora passeggiava importante per il cortile.

Andrej Petrovic — il nostro agente di zona — entrò nella mia vita per caso. Venne per una denuncia della vicina: la mia capra, a suo dire, aveva mangiato le sue petunie.

— Quindi è vostra la capra? — tratteneva a stento una risata guardando Mashka, composta, che brucava l’erba.
— Mashka è una signorina: le petunie non le mangia, — sorrisi anch’io. — Volete un tè?

Rimase per il tè. Poi cominciò a passare “solo per controllare che fosse tutto a posto”. Quarant’anni, calmo, solido. Piccole rughe buone agli occhi e un filo di grigio alle tempie.

— Mamma, oggi viene zio Andrej? — Anja lo chiedeva ogni sera.
— Zio Andrej ha da lavorare, amore.
— Però ha promesso che mi porta a cavallo! Lui ha un cavallo!

In effetti Andrej aveva un cavallo: una vecchia cavalla della polizia, Zvezda, che aveva portato a casa quando era andata “in pensione”.

— Sveta, stai attenta, — mi ammoniva Tanya al telefono. — Gli uomini sono tutti uguali. Appena sentono odore di soldi…
— Smettila…

La vita, come sempre, aveva in serbo una sorpresa…

— Zio Andrej! — Anja uscì sul portico ancora assonnata. — Ma è vero che non ci lasci?
— È vero, — la sollevò tra le braccia. — Dove vado senza di voi? E senza la vostra capra?

Li guardai e pensai che l’oro vero a volte non è nella terra, ma nel cuore delle persone. E la cosa più importante è saperlo vedere.

E Ljosha… che si strozzasse pure con la sua avidità. Io ormai avevo una famiglia vera. E un amore vero.

— Sai, — Andrej mi abbracciò per le spalle, — è da tempo che volevo dirtelo… mi sposi?

E io dissi di sì.

— Si dichiara aperta la solenne registrazione del matrimonio tra Andrej Petrovic Sokolov e Svetlana Andreevna Ivanova, — la voce dell’impiegata del registro tremava dall’emozione.

— Mamma, il velo è storto! — sussurrò Liza sistemandomi il pizzo bianco.

Il nostro matrimonio fu semplice, ma pieno di cuore. Tutto il villaggio si raccolse davanti al club, i tavoli erano colmi di conserve fatte in casa e nonna Valja tirò fuori persino il suo famoso distillato al viburno.

Ero in un vestito bianco semplice, scelto con le ragazze, e non riuscivo a credere alla mia felicità. Accanto a me Andrej, alto nella sua uniforme, e poco più in là Pashka in un completo nuovo: insistette per accompagnarmi “all’altare”.

— Mamma, posso togliere il campanello a Mashka? — Anja mi tirava l’orlo. — È per il matrimonio!
— No, tesoro, — sorrisi. — Senza campanello Mashka si perde.

All’improvviso tra gli invitati vidi un volto familiare. Ljosha. Era venuto lo stesso, anche se non l’avevamo invitato.

— Sveta… — si fece avanti. — Posso parlarti?
— Oggi no, — rispose Andrej al posto mio, fermo.
— Io volevo solo… — Ljosha esitò. — Farti gli auguri. E chiederti perdono. Per tutto.

Guardai il mio ex marito. Invecchiato, consumato. Si diceva che Marina lo avesse lasciato dopo aver scoperto altri debiti.

— Grazie, Ljosha. E… ti perdono. Davvero.

Lui annuì e scomparve tra la gente. Io mi voltai verso mio marito:

— Sai, io allora pensavo che fosse finita. Quando ci ha buttati fuori…
— E invece era l’inizio, — Andrej mi baciò la tempia.

La sera, quando gli ospiti se ne andarono, eravamo di nuovo sul nostro amato portico. Pashka raccontava di aver preso il bouquet al posto delle ragazze, Liza faceva piani per allargare l’orto, e Anja si addormentò tra le braccia di Andrej.

— Mamma, — disse a un certo punto Pashka, — ti ricordi quando abbiamo trovato l’oro?
— Me lo ricordo, tesoro.
— E se non ci fosse stato… se papà non ci avesse ingannati… noi non avremmo incontrato zio Andrej?
— Adesso solo Andrej, — lo corresse mio marito. — O “papà”, se ti va.
Pashka ci pensò, poi sorrise:
— Va bene… mi abituerò.

Guardai i miei cari e pensai: ecco la vera ricchezza. Non è l’oro. È l’amore. Le sere calde sul portico. Le risate dei bambini. Una spalla sicura accanto.

E pensai anche che mamma aveva ragione: la propria terra è la cosa più importante. Perché è stata lei a regalarmi tutto questo: l’oro, la casa, la vita nuova… e l’amore nuovo.

— A cosa pensi? — Andrej mi strinse.
— Alla felicità, — mi appoggiai a lui. — E al fatto che a volte bisogna perdere l’oro vecchio per trovare quello nuovo. Molto più prezioso.

Da qualche parte nel fienile tintinnava il campanello di Mashka, nel giardino profumava il lillà di mamma e in cielo si accendevano le prime stelle. E io lo sapevo con certezza: era solo l’inizio della nostra nuova storia.

Perché i tesori più importanti non si trovano nella terra. Si trovano nel cuore.

Erano passati quindici anni da quella storia dell’oro. Da quando, abbandonata con tre figli, avevo trovato una pepita nell’orto e poi un amore nuovo. Il villaggio era cambiato: internet, strade nuove, i giovani avevano smesso di scappare in città. E noi… anche noi eravamo cambiati.

Pashka aveva ventisette anni. Si era laureato in giurisprudenza, aveva seguito le orme di Andrej: lavorava in polizia, ma in città. Si era sposato con una ragazza dolce, Katja, e aspettavano un bambino.

— Mamma, abbiamo deciso di trasferirci in campagna, — ci spiazzò un mese prima. — Costruiremo una casa vicino a voi. Voglio che mio figlio cresca qui.

Liza, a ventitré anni, sorprese tutti: aprì una fattoria “eco” nel villaggio. Quella bambina che una volta odiava “sporco e noia” ora allevava conigli, coltivava verdure biologiche e riforniva i ristoranti della città.

— Vedi, mamma, com’è andata a finire? — rideva spesso. — E tu che mi chiedevi perché studiassi agronomia!

E la nostra piccola, Anja… aveva diciannove anni. Studiava veterinaria e sognava di aprire una clinica per animali in paese. Sempre sporca e felice come da bambina. Solo che ora non aveva una capra: aveva un intero allevamento. I discendenti di Mashka si moltiplicavano con una costanza invidiabile.

Andrej continuava ad aiutare il nuovo agente di zona: era fatto così, non sapeva stare senza fare qualcosa. E io… io avevo imparato a essere felice. Davvero, senza guardarmi indietro.

Ljosha ogni tanto compariva: sobrio, invecchiato, con gli occhi colpevoli. Stava con i figli, giocava con il cucciolo di Pashka. I bambini con lui parlavano senza problemi.

— Sai, Sveta, — mi disse una volta, — solo adesso ho capito che razza di idiota ero. Non è l’oro la cosa importante…

Lo guardai senza rabbia. Il tempo cura, dicono. E poi come fare a odiarlo, se proprio il suo tradimento mi aveva portata alla felicità vera?

La sera eravamo ancora sul portico. Liza arrivava dal lavoro con un cesto di verdure fresche, Anja veniva con le sue storie infinite su capretti e cuccioli.

— Secondo te, — mi chiedeva Andrej, — stiamo vivendo bene?
— Ne dubiti? — gli prendevo la mano. Quella mano familiare e forte, con le stesse lentiggini di quindici anni prima.

In quel momento in cortile entrò l’auto di Pashka. Lui scese, pallido e felice:

— Mamma! Papà! A Katja si sono rotte le acque!

E fu un turbine: Andrej accese la macchina, io presi la borsa pronta, Liza chiamò l’ospedale, Anja correva avanti e indietro senza sapere come aiutare…

Dopo qualche ora, nella nostra famiglia arrivò una persona in più. Pashka, che aveva tenuto la mano di sua moglie durante il parto, uscì barcollando:

— Ho una figlia… La chiameremo Svetlana, come due nonne: te, mamma, e la tua mamma.

Io piansi, Andrej mi abbracciò, le ragazze strillarono dalla gioia. E io pensai che la vita è una cosa incredibile: è come una vena d’oro, non sai mai dove e quale tesoro troverai.

La sera, quando tutto si calmò, io e Andrej eravamo di nuovo sul portico. Profumava di mele del frutteto che avevamo piantato il primo anno di matrimonio. La pronipotina di Mashka brucava pensierosa i dalie.

— Sai a cosa penso? — Andrej mi tirò a sé. — Che è andato tutto come doveva. Tutto giusto…

E io pensai alla piccola Svetlanina che sarebbe cresciuta qui, in questa casa, tra meli e dalie. Che non avrebbe mai saputo quanto fa paura restare sola con tre figli. Ma avrebbe saputo quanto è importante credere in se stessi e non arrendersi mai.

In lontananza muggiva un altro discendente di Mashka, in casa Liza faceva rumore con le pentole preparando il suo tè alle erbe, Anja raccontava al telefono di nuovi capretti… Una sera normale. Una felicità normale.

E sapete una cosa? Non scambierei questa felicità con tutto l’oro del mondo.

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